C’è un altro modo di curare

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In Italia ogni anno si registrano 120.000 nuovi casi di tumore maligno fra i maschi e 100.000 nuovi casi fra le femmine, con una mortalità di 80.000 uomini e 60.000 donne.

Nella Regione Marche, che ha una popolazione di 1.400.000 persone, abbiamo 6.500-7.000 nuovi casi all’anno, con una mortalità di 4100 casi all’anno.

Almeno i 2/3 di questi pazienti avranno bisogno di una cura palliativa.


Cosa si intende per cura palliativa?

Le cure palliative possono essere definite come “il trattamento del paziente affetto da patologie evolutive ed irreversibili, attraverso il controllo dei suoi sintomi e delle alterazioni psicofisiche, più della patologia che ne è la causa”.

“Lo scopo principale delle cure palliative è quello di migliorare anzitutto la qualità della vita piuttosto che la sopravvivenza, assicurando ai pazienti ed alle loro famiglie un’assistenza continua e globale”. (Vittorio Ventafridda)

Alla base di questa filosofia resta sempre “umanizzazione della cura e dell’assistenza”, ovvero il rispetto dell’essere umano sofferente, l’attenzione al dettaglio, a tutto quello che si può e si deve fare quando “non c’è più niente da fare”: l’attenzione alla vita del paziente, anche se brevissima, privilegiandone gli aspetti qualitativi e arricchendo ogni suo istante di significati e di senso; la capacità di ascoltare, dare presenza, restaurare i rapporti umani ed entrare in rapporto emotivo con pazienti e familiari.


Come funzionano le cure palliative?

Le terapie normalmente vengono suddivise in base al loro obiettivo:

TERAPIE PRIMARIE:
sono quelle che si propongono la guarigione e/o il controllo della malattia.

TERAPIE DI SUPPORTO:
sono quelle necessarie volte a controllare gli effetti secondari o indesiderati delle terapie primarie.

TERAPIE PALLIATIVE:
vengono dopo le primarie, sono indirizzate al controllo dei sintomi della malattia.

TERAPIE TERMINALI:
sono alcune molto specifiche delle fasi terminali e delle ultime ore di vita.

L’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce il concetto di cura palliativa nel seguente modo: “la cura globale, attiva, dei pazienti con malattia non più responsiva ai trattamenti guaritivi.

Sono fondamentali il controllo del dolore e degli altri sintomi, ed il controllo delle problematiche psicologiche, sociali e spirituali.

Obiettivo di queste cure palliative è la ricerca della migliore qualità? di vita del paziente e della loro famiglia.


Cenni Storici

Le cure palliative moderne sono nate in Gran Bretagna nei primi anni 60 e si sono diffuse, grazie al movimento Hospice, come alternativa all’abbandono terapeutico, o al sottotrattamento dei pazienti in fase terminale.

Tuttavia è nel Nord America che la medicina palliativa si è poi sviluppata, qui viceversa in opposizione ai trattamenti tecnologicamente avanzati, spesso sproporzionati, ed alla fine privi di efficacia, ai quali erano sottoposti i malti terminali.

Il passaggio dal curare per guarire al prendersi cura per alleviare è certamente un momento difficile di identificazione. E’ il momento in cui da un trattamento diretto in modo prioritario ad ottenere un impatto nella malattia misurabile con parametri obbiettivi (guarigione, risposta obbiettiva), man mano si passa ad un trattamento mirante prioritariamente a migliorare la qualità della vita, misurabile con parametri del tutto soggettivi e qualitativi.

Tali parametri possono essere misurati in cosiddette scale. Sono parametri che possono valutare lo stato clinico del paziente al momento della presa in cura (es. Karnofsky), oppure il dolore (es. Edmonton-System), oppure l’evoluzione del suo stato ansioso-depressivo (scala H.A.D.), o altro.

La presa in carico globale della persona in fin di vita è una missione dei curanti, che viene considerata dai poteri pubblici e dai cittadini, come obbiettivo prioritario.

Un lungo iter legislativo sia nazionale che regionale ha in questi ultimi anni, cercato di diminuire il ritardo organizzativo ed in parte anche culturale, che il nostro S.N. Sanitario ha, nei confronti delle cure palliative, specie in raffronto con paesi del nord Europa e Nord AAmerica.

Quello che attualmente si auspica è che tali pazienti possono essere inseriti in una RETE organizzativa, in cui i vari operatori specializzati, medici e non, psicologici, volontari, ecc. possano integrarsi senza barriere, con percorsi terapeutici assistenziali valicati, sia in ambito ospedalieri, o di hospice, o meglio ancora domiciliare.